L’aria stessa sembrava piangere sulla piana devastata alle porte di quella che un giorno sarebbe stata Sol-Rom. L’anno 0 dell’Era della Vittoria non era ancora stato battezzato tale; per ora, era solo l’ennesimo giorno della disperata Grande Crociata della Riconquista. Ma tutti sentivano che era il giorno. Dopo anni di battaglie sanguinose, ritirate strategiche e piccole, sofferte vittorie, l’esercito delle forze libere di Vaskaras, un’alleanza logora ma determinata di umani, elfi, nani e persino orchi redenti, aveva finalmente messo all’angolo la fonte di un millennio d’oscurità: Regeran in persona.

L’Occhio del Male non si era nascosto nella sua fortezza di Beslinur. No, era sceso in campo, un monolite di blasfema potenza avvolto in un’armatura nera come il vuoto tra le stelle, che sembrava assorbire la poca luce che filtrava da un cielo violaceo. Attorno a lui vorticava un’aura di disperazione tangibile, un freddo che non era assenza di calore, ma presenza attiva di malevolenza. Ai suoi fianchi, le sue ultime legioni: demoni maggiori ringhianti legati da patti oscuri, cavalieri corrotti la cui umanità era solo un vago ricordo, e orrori indicibili partoriti da rituali innominabili.

Di fronte a lui, piccola in confronto ma ardente come un sole nascente, stava El-Shaddai. Non era più la semplice ragazza di Alben. Anni di guerra l’avevano temprata. Indossava una semplice armatura bianca, donatale dai Nani di Karak-Dûn, che brillava di una luce propria. In pugno stringeva Flagello del Male, uno degli Armamenti dei Prescelti recuperato ad Asathsara, la cui lama emanava un calore purificatore. Nei suoi occhi, di un blu intenso come il cuore di una fiamma sacra, non c’era paura, solo una determinazione feroce e una profonda, quasi dolorosa, compassione per il mondo che stava difendendo. Il pensiero di suo figlio, Glen, nato da così poco in mezzo a quella tempesta, dava un’urgenza ancora più profonda alla sua missione.

“È finita, Regeran,” la voce di El-Shaddai risuonò sulla piana, chiara e potente, sovrastando per un istante il clangore della battaglia alle sue spalle. “Vaskaras non sarà più tua.”

Regeran rise, un suono come di tombe scoperchiate e vetro infranto. “Finita? Bambina nata dalla polvere e da un capriccio divino, tu non capisci. Io sono Vaskaras ora. La sua paura, la sua ombra, la sua inevitabile entropia. Potete abbattere le mie fortezze, disperdere i miei eserciti, ma io sono intessuto nella trama stessa di questo mondo corrotto. Non potete distruggermi.”

El-Shaddai sapeva, con una terribile certezza, che stava dicendo la verità. Aveva visto il suo potere rigenerarsi, la sua influenza insinuarsi come un veleno anche nei cuori più nobili. Uccidere quella forma fisica non sarebbe bastato. Serviva qualcosa di più. Qualcosa di definitivo. Qualcosa appreso da frammenti di conoscenza divina sussurrati nei suoi sogni o forse decifrati da antichi testi recuperati con l’aiuto di Horauthin. Un rituale terribile, ultimo, disperato.

Alzò Flagello del Male. “Allora non sarai distrutto. Sarai incatenato.”

Lo scontro fu immediato. Regeran scatenò la sua furia, ombre uncinate si protesero verso El-Shaddai, folate di energia viola che avvizzivano il terreno al loro passaggio. Demoni urlanti si lanciarono contro di lei. Ma El-Shaddai divenne un fulcro di luce divina. Ogni fendente di Flagello del Male bandiva le ombre, ogni sua parola di potere faceva vacillare i demoni. Si mosse attraverso il caos come una danzatrice sacra, parando colpi che avrebbero frantumato mura, rispondendo con ondate di energia purificatrice che facevano stridere le creature infernali.

Riuscì a raggiungere Regeran. La loro battaglia fu uno scontro di pura volontà. La lama sacra cozzò contro l’armatura del vuoto, sprigionando scintille di luce e tenebra. El-Shaddai riuscì a ferirlo – squarci apparvero sull’armatura nera, da cui non usciva sangue ma pura energia oscura che urlava silenziosamente. Ma per ogni ferita inflitta, Regeran sembrava attingere alla corruzione del mondo circostante, rigenerandosi, la sua risata agghiacciante che si faceva più forte.

Vedi, mortale?” sibilò Regeran, parando un fendente con un artiglio d’ombra. “La tua luce è finita. La mia oscurità è eterna.”

Fu in quel momento che El-Shaddai prese la sua decisione. Non c’era altra via. Chiuse gli occhi per un istante, un’immagine di suo figlio balenò nella sua mente, poi li riaprì, ardenti di una luce quasi insopportabile.

“Non eterna,” sussurrò, la sua voce ora un coro di potere divino. “Solo… imprigionata.”

Lasciò cadere Flagello del Male. La spada sacra cadde a terra con un lamento metallico che fu udito da tutti sul campo di battaglia. Un silenzio innaturale cadde mentre El-Shaddai alzava le mani nude verso il cielo, verso la pallida e distante luna Ketys.

Iniziò a cantare. Non una canzone di guerra, ma un lamento antico, primordiale, nella lingua degli dei stessi. Parole che parlavano di legami, di sacrificio, di equilibrio e del prezzo terribile per mantenerlo. Mentre cantava, dal suo petto, dalla sua stessa anima, iniziò a sprigionarsi una luce dorata, non calda e accogliente come prima, ma densa, pesante, quasi liquida.

Questa luce iniziò a filarsi, a intrecciarsi davanti a lei, tessuta non da mani mortali ma dalla sua stessa forza vitale, dal suo spirito divino e dalla sua incrollabile volontà. Si formò un anello, poi un secondo, collegati da filamenti luminosi. Stava nascendo una catena. Una catena non di metallo, ma di pura essenza sacrificale, splendente di un potere che faceva indietreggiare persino i demoni maggiori.

Regeran osservava, prima con scherno, poi con crescente disagio. “Stolti rituali mortali! Pensi di potermi legare con la luce?” Ruggì, lanciando un globo di pura oscurità verso di lei.

Ma la catena dorata, ora completa, sferzò l’aria come un serpente di sole. Intercettò il globo oscuro, non assorbendolo, ma avvolgendolo, soffocandolo nel suo splendore sacro. Poi, con velocità incredibile, un capo della catena si scagliò verso Regeran.

L’Occhio del Male urlò – un urlo non di dolore fisico, ma di oltraggio cosmico – quando la catena dorata lo colpì. Non si avvolse attorno alla sua armatura, ma attraverso di essa, affondando nella sua essenza oscura come metallo rovente nell’ombra. Il legame era fatto.

Ma il rituale richiedeva un ancoraggio. L’altro capo della catena si ritrasse, vibrante di potere, e si avvolse attorno al petto di El-Shaddai, affondando nella sua carne e, più profondamente, nella sua anima immortale. Un grido le sfuggì dalle labbra, un misto di agonia e trionfo, mentre il legame si sigillava.

Ora erano uniti. Luce e Oscurità. Salvatore e Tiranno. Guardiano e Prigioniero.

“NO!” ruggì Regeran, sentendo una forza inimmaginabile iniziare a tirarlo. “Cosa hai fatto?!”

“Il mio dovere,” ansimò El-Shaddai, la luce nei suoi occhi che iniziava a vacillare mentre la sua forza vitale veniva consumata dal rituale. “Ti lego a me. E ti porto… lontano.”

Con un ultimo, immenso atto di volontà, El-Shaddai diresse il potere del legame verso l’alto. La catena dorata divenne visibile a tutti, un nastro fiammeggiante che si protendeva dalla figura inginocchiata della Pulzella verso il cielo notturno. Regeran fu strappato da terra, la sua forma oscura che si contorceva e urlava bestemmie mentre veniva trascinato inesorabilmente lungo il fascio dorato, verso la pallida Ketys.

Il viaggio attraverso il vuoto fu un’agonia per entrambi. L’essenza di Regeran combatteva, corrompeva, tentava di spezzare il legame, ma l’anima di El-Shaddai, ora pura volontà sacrificale, teneva duro. La sua luce era il faro che guidava, la sua determinazione la forza che tirava.

Infine, con un ultimo lampo accecante che fu visto in tutto il continente, l’essenza urlante di Regeran fu conficcata nel cuore della luna Ketys. La catena dorata divenne l’architettura stessa della sua prigione, sigillandolo in un sonno innaturale, nutrito e sorvegliato dall’anima stessa di El-Shaddai. La superficie della luna mostrò le cicatrici di quello sforzo cosmico: le crepe che il fascio viola aveva iniziato, ora sigillate ma visibili, un monito eterno.

Sulla piana di Vaskaras, il corpo fisico di El-Shaddai crollò a terra. L’armatura bianca era ora opaca, la luce nei suoi occhi spenta. Era morta. Ma sul suo volto non c’era dolore, solo una profonda, serena stanchezza. Il suo sacrificio era compiuto.

L’aura oppressiva di Regeran si dissolse. I suoi eserciti, privi della volontà del loro signore, si dispersero nel caos o furono annientati dalle forze della liberazione, ora rinvigorite dalla vista del miracolo e dal dolore della perdita.

Il corpo di El-Shaddai fu raccolto con venerazione. Lì, sul campo di battaglia bagnato di luce e tenebra, fu deciso che sarebbe sorto il cuore del nuovo regno libero: Sol-Rom. Ma mentre celebravano la vittoria, i più saggi alzavano gli occhi a Ketys, la luna ora silenziosa ma segnata, sapendo che la loro salvatrice non riposava veramente. La sua anima era ancora lì, un guardiano eterno incatenato al male che aveva sconfitto, in una veglia senza fine nel freddo vuoto dello spazio.