Ambientazione: Le colline brulle e le gole rocciose ai margini orientali di Alben Sol, vicino alle zone geotermiche. Anno 550 AE.


(Punto di Vista: Corin)

Il sole del tardo pomeriggio picchiava sulla roccia scura, ma il calore che Corin sentiva salire attraverso le suole consunte dei suoi stivali proveniva da più in basso. Le colline orientali di Alben Sol erano sempre state così: un paesaggio aspro, quasi lunare, punteggiato da sbuffi di vapore sulfureo e piccole pozze d’acqua ribollente. Un posto che la maggior parte dei cittadini evitava, ma che Corin trovava stranamente affascinante, un confine selvaggio a due passi dalla caotica città.

Oggi, però, non era lì per ammirare il panorama. Era sulle tracce. Non le solite tracce di capra selvatica o di salamandra cineree – quelle piccole lucertole resistenti al calore che suo padre, Brennan, usava a volte come barometro improvvisato nella fucina. Queste erano diverse. Feline, ma troppo grandi. E disordinate, come se la creatura fosse ferita o nel panico.

Cookie trotterellava davanti a lui, il naso a terra, la coda bassa ma vigile. Ogni tanto si fermava, alzava la testa annusando l’aria carica di zolfo, poi riprendeva la marcia con rinnovata determinazione.

“Qualcosa non va, vero?” mormorò Corin, più a sé stesso che al cane. Avevano sentito le voci al mercato quella mattina. Un pastore anziano, Joric, mancava all’appello da ieri sera. Era uscito a cercare una pecora smarrita proprio in questa zona e non era più tornato. Le guardie cittadine avevano fatto una ricerca sommaria, scrollando le spalle e parlando di “incidenti” o “bestie”. Ma Corin conosceva Joric; era burbero ma esperto, non il tipo da cadere in un crepaccio o farsi sorprendere da un lupo comune.

La traccia della creatura sconosciuta si sovrapponeva a tratti a quelle umane – stivali pesanti, probabilmente di Joric – e a quelle più piccole di una pecora. C’erano segni di lotta più indietro: terra smossa, un bastone da pastore spezzato. E sangue. Non molto, ma abbastanza da far stringere il cuore a Corin. Guardò dietro di sé. Lyra lo seguiva a distanza, il suo passo più leggero del suo, i suoi occhi blu non fissi sulle tracce, ma sul paesaggio circostante, come se leggesse qualcosa nell’aria stessa.

“Allora?” chiese Corin, fermandosi un istante. “Senti qualcosa? Qualche… energia strana?” Era ancora incerto sulla magia di Lyra, ma aveva imparato a fidarsi delle sue intuizioni.


(Punto di Vista: Lyra)

Lyra si fermò, lasciando che lo sguardo vagasse sulle rocce contorte e sulle fumarole che sbuffavano pigramente. Chiuse gli occhi per un momento, cercando di filtrare il calore opprimente e l’odore pungente. Toccò il cristallo giallo in cima al suo bastone, sentendo una debole, familiare vibrazione di risposta.

Non c’era un’aura magica potente o malevola come nelle storie che aveva letto di nascosto. Ma c’era… dolore. Un’eco persistente di dolore fisico acuto, mescolato a una paura primordiale. E più avanti, lungo la direzione indicata da Corin e Cookie, sentiva una presenza. Non era oscura, non era maligna nel senso arcano del termine, ma era… affamata. Una fame fredda, disperata, che sembrava prosciugare il calore dall’ambiente circostante in un modo sottile ma percettibile.

Doddo, il coniglio di pezza sulla sua spalla, girò la testa di tessuto come per annusare l’aria. Nok Nok, che stava cercando con scarso successo un po’ d’ombra dietro una roccia, emise un verso basso, simile a un brontolio. Anche loro sentivano qualcosa.

“Sì,” disse Lyra, riaprendo gli occhi e fissando la gola rocciosa davanti a loro. “C’è dolore qui. Molto. E c’è qualcosa là dentro. Ha fame… e fa male.” Si avvicinò a Corin. “Non credo sia una bestia normale. La sua… sensazione è fredda. Come pietra affamata.”

Corin aggrottò la fronte. “Pietra affamata? Cosa dovrebbe significare?”

“Non lo so,” rispose Lyra sinceramente. “È solo quello che sento.” Si concentrò di nuovo, cercando di usare un piccolo trucco che la Vecchia Maeve le aveva insegnato, quello per “vedere” i legami emotivi recenti nell’ambiente. Vide deboli filamenti rossi (paura e dolore) che conducevano nella gola, ma c’era anche un filo sottile, quasi invisibile, di un colore grigio-bluastro – determinazione, forse? O un legame spezzato? Portava nella stessa direzione. “Joric è stato qui. E anche la pecora. E… la cosa che li ha presi. Sono tutti andati là dentro.”


(Punto di Vista: Corin)

“Pietra affamata” non gli diceva molto, ma “là dentro” era abbastanza chiaro. Strinse la spada. “Stai indietro, Lyra. Io e Cookie andiamo a vedere. Tu tieni pronti… beh, quello che fai.”

Cookie sembrò capire. Si appiattì leggermente, muovendosi con più cautela ora, il ringhio basso che diventava un brontolio costante. Corin lo seguì, usando le rocce come copertura, i sensi all’erta.

La gola si restringeva, le pareti si facevano più alte, bloccando gran parte della luce solare. L’aria divenne più fredda, nonostante gli sbuffi di vapore che salivano da piccole fessure nel terreno. L’odore di zolfo era più forte, ma ora si mescolava a qualcos’altro, un odore ferroso… sangue.

Poi lo vide. In una piccola nicchia naturale nella parete della gola, giaceva il corpo immobile di una pecora, parzialmente divorato. Ma non da denti e artigli. Sembrava… consumato. Parti del vello e della carne erano scomparse, sostituite da una strana cristallizzazione grigiastra che sembrava parte della roccia stessa.

E accanto alla pecora, rannicchiato contro la parete, c’era Joric. Vivo. Ma non illeso. Era pallido come un lenzuolo, tremante, e fissava con occhi sbarrati la sua gamba destra. La parte inferiore dei suoi robusti pantaloni di cuoio era strappata, e la sua gamba, dal polpaccio in giù, non era più carne e ossa. Era pietra grigia, opaca, fusa con il terreno sottostante.

“Joric!” sussurrò Corin, facendo un passo avanti.

L’anziano pastore sussultò, girando la testa verso di lui con un movimento rigido. “Ragazzo… Corin? Va’ via! È ancora qui! Si nasconde!”

Proprio mentre parlava, ci fu un rumore di sassi smossi dall’alto. Corin alzò lo sguardo. Aggrappata alla parete della gola sopra di loro, perfettamente mimetizzata con la roccia scura, c’era una creatura simile a un gargoyle o a un grosso geco, ma fatta interamente di pietra grigia e cristalli opachi. Non aveva occhi visibili, ma Corin sentì il suo sguardo freddo e affamato su di sé. Era un Basilisco Minore. La sua coda terminava con un ammasso di cristalli simili a quelli che stavano consumando la gamba di Joric.


(Punto di Vista: Lyra)

Quando vide la creatura di pietra, Lyra capì cosa intendeva con “pietra affamata”. Non era viva nel senso biologico del termine, ma era animata da una magia elementale della terra distorta, una fame geologica che non cercava nutrimento, ma cercava di assimilare, di trasformare la vita in pietra inanimata. La sua aura era fredda, antica e terribilmente paziente.

Vide il Basilisco prepararsi a saltare su Corin. Istintivamente, alzò il bastone. Non aveva incantesimi potenti, non ancora. Ma aveva imparato a manipolare le piccole energie. Si concentrò sul calore geotermico che saliva dalle fessure nel terreno, sulla piccola quantità d’acqua intrappolata nelle rocce dopo l’ultima pioggia.

“Nok Nok! Distrazione!” ordinò. Lo spirito pinguino, con uno sguardo quasi indignato per essere stato chiamato in causa, scivolò agilmente (per lui) verso una piccola pozza d’acqua vicino al Basilisco e, con uno sforzo visibile, la congelò istantaneamente, creando una macchia di ghiaccio innaturale sulla roccia calda.

Contemporaneamente, Lyra incanalò la sua volontà attraverso il cristallo, sussurrando parole di instabilità, puntando non alla creatura, ma alla parete rocciosa proprio sopra di essa. Non poteva evocare un terremoto, ma forse… solo un piccolo tremito. Usò il suo cantrip più affidabile, Scossa Elettrica (Electric Arc), ma non mirò alla creatura. Mirò a una vena di cristallo instabile che aveva notato nella roccia sopra il Basilisco.

L’arco elettrico crepitò, colpendo la vena cristallina. Non ci fu un’esplosione, ma un suono secco, come di pietra che si spacca, seguito da una piccola frana di sassi e cenere che cadde proprio dove il Basilisco si stava preparando a saltare.


(Punto di Vista: Corin)

La frana improvvisa colse di sorpresa sia lui che il Basilisco. La creatura esitò, infastidita dai sassi che le cadevano addosso e forse disorientata dalla chiazza di ghiaccio apparsa vicino a una delle sue zampe posteriori (opera di Nok Nok, doveva essere). Quell’istante fu tutto ciò di cui Corin aveva bisogno.

Non caricò frontalmente. Ricordando le lezioni di suo padre sulla caccia a bestie più grandi, usò l’agilità. Scattò di lato, usando la parete della gola per darsi slancio, e mirò a uno dei punti in cui le zampe di pietra si univano al corpo principale – doveva esserci un punto debole, una giuntura meno solida. La sua spada corta cozzò contro la pietra con un rumore sordo, ma questa volta, con tutta la sua forza concentrata, sentì qualcosa cedere. Una piccola crepa apparve sulla zampa anteriore della creatura.

Il Basilisco emise un suono stridente, come di roccia che gratta contro roccia, e si voltò verso di lui, la sua coda cristallina che sferzava l’aria. Cookie, ripresosi, si lanciò di nuovo, questa volta mirando alla coda, cercando di distrarlo.

Corin schivò la coda e colpì di nuovo nello stesso punto, allargando la crepa. Pezzi di roccia iniziarono a staccarsi. Il Basilisco sembrava più lento ora, la sua fame forse superata dal danno strutturale.


(Punto di Vista: Lyra)

Vedendo Corin guadagnare terreno, Lyra sentì un’ondata di speranza. Sapeva di non poter danneggiare seriamente la creatura con la sua magia attuale, ma forse poteva ostacolarla. Si concentrò di nuovo, questa volta sui piedi del Basilisco, vicino alla chiazza di ghiaccio creata da Nok Nok. Sussurrò parole di pesantezza, di legame con la terra, tentando di usare la magia Primeva del suo patrono improvvisato per rendere il terreno sotto la creatura più denso, più difficile da muovere. Forse era solo la sua immaginazione, ma le sembrò che il Basilisco si muovesse con un po’ più di fatica.

Invocò Doddo. “Vai da Joric, piccolo. Stagli vicino. Confortalo.” Il coniglio di pezza scivolò silenziosamente dalla sua spalla e trotterellò verso il pastore terrorizzato, fermandosi a poca distanza, semplicemente… essendo lì. Lyra sperava che la sua piccola aura di calma potesse aiutare l’uomo a non soccombere al panico o al dolore pietrificante.


(Punto di Vista: Corin)

La creatura era decisamente più lenta. I colpi mirati di Corin e gli attacchi diversivi di Cookie stavano avendo effetto. Con un ultimo grido di sforzo, Corin affondò la spada nella crepa sulla zampa anteriore e la torse con tutta la forza che aveva. Ci fu un suono terribile di roccia che si frantuma, e la zampa si staccò di netto, cadendo a terra con un tonfo sordo e dissolvendosi in polvere grigia.

Il Basilisco barcollò, sbilanciato. Prima che potesse reagire, Corin mirò all’altra zampa anteriore. Un altro colpo ben piazzato, un’altra crepa, un altro sforzo… e anche la seconda zampa cedette. La creatura crollò a terra, incapace di sostenersi, emettendo solo un basso suono stridente mentre la sua forma iniziava lentamente a cristallizzarsi completamente, diventando una statua grottesca e immobile.

Corin rimase ansimante sopra la creatura sconfitta, la spada che gocciolava non sangue, ma polvere. Cookie uggiolò di nuovo, zoppicando verso di lui e leccandogli la mano. Lyra si avvicinò cautamente, gli occhi fissi sulla statua di pietra.

“È… finita?” chiese.

Corin annuì, poi si affrettò verso Joric. “Vecchio mio, come stai? Dobbiamo tirarti fuori di qui.”

Joric gemette, guardando la sua gamba di pietra. “Non credo… non credo si possa fare molto, ragazzo.”

Lyra si inginocchiò accanto a lui, posando una mano sulla pietra fredda. Chiuse gli occhi. “Non ancora. La pietrificazione non è completa. Ma dobbiamo fare in fretta.” Guardò Corin. “Non possiamo portarlo così. Dobbiamo tornare in città. Subito. Serve un vero guaritore, o un alchimista esperto.”

Corin guardò la creatura sconfitta, poi la gamba di Joric, poi il sentiero che riportava ad Alben Sol. Un altro giorno ai margini della caldera. Un altro mostro inaspettato. Si chiese cosa stesse succedendo nel mondo, cosa stesse risvegliando queste creature. Ma per ora, c’era solo una cosa da fare: salvare il vecchio Joric. Si caricò il pastore sulle spalle, facendo un cenno a Lyra e Cookie. L’avventura poteva aspettare. La vita, no.