(Frammento recuperato, Folio 77, Sezione Sigma-Aleph)
(Lingua: Alto Solastriano Arcano, con note a margine in Elfico Classico)
Riguardo l’Incatenamento dell’Usurpatore e il Grande Sacrificio della Benedetta (Anno 0 EV)
Annotazione Preliminare: Ciò che segue non è per gli occhi dei profani, né per le orecchie dei semplici. È la Verità dietro la Leggenda, una verità pericolosa come la lama di ossidiana e tagliente come il vento tra le stelle. Possa la Luce Benedetta perdonare questa trascrizione, ma possa la conoscenza preservare l’Equilibrio.
[…] Non fu scontro di mera forza, né vittoria ottenuta con acciaio temprato. L’essenza dell’Oscuro, che qui nomineremo l’Usurpatore (poiché pronunciare il Suo vero nome attira la Sua attenzione anche attraverso il Velo), era divenuta intrinsecamente legata al tessuto stesso di questa realtà contorta. Anni di dominio, di corruzione sottile e di rituali blasfemi avevano reso la sua presenza non un’invasione, ma una malattia radicata nell’anima di Vaskaras. La Benedetta (El-Shaddai, la Fanciulla di Luce, Madre Prima della nostra Repubblica) lo comprese nell’apice dello scontro, quando la sua lama sacra, Flagello, pur ferendo la manifestazione fisica dell’Usurpatore, non riusciva a estirparne la radice oscura.
Le cronache popolari parlano di un combattimento glorioso, di luce che trionfa sulle tenebre. Menzogne necessarie, forse, per nutrire la speranza. La realtà fu un atto di metafisica disperata, un rituale la cui vera natura è custodita solo in frammenti come questo.
Comprendendo che l’Usurpatore non poteva essere distrutto senza disfare Vaskaras stessa, la Benedetta scelse l’unica altra via: il contenimento. Ma non un contenimento fisico, bensì animico, dimensionale. Abbandonando l’arma forgiata, attinse alla sua stessa scintilla divina – non quella concessa, ma quella intrinseca, retaggio forse di un’origine che nemmeno lei comprendeva appieno.
Il canto che ella intonò non era una preghiera, ma un atto di creazione sacrificale. Le parole, nella Lingua Prima (la cui pronuncia completa è ora proibita), non invocavano potere esterno, ma trasmutavano la sua stessa essenza vitale, la sua anima immortale, in legami concettuali. Quella che le leggende chiamano “catena dorata” non era oro, ma pura volontà solidificata, intessuta con i principi fondamentali di Giustizia, Sacrificio e Legame. Ogni anello rappresentava un aspetto dell’esistenza che l’Usurpatore aveva pervertito, ora riforgiato come vincolo.
Il primo legame fu con l’Usurpatore. La catena non lo avvolse, ma lo penetrò, ancorandosi alla sua essenza corrotta attraverso i punti di dissonanza armonica che la Benedetta percepì con la sua vista divina. Fu un atto di violazione metafisica, un marchio imposto non sulla carne, ma sull’anima stessa dell’Oscuro.
Il secondo legame, il più terribile, fu con la Benedetta stessa. La catena si ancorò alla sua anima, stabilendo un collegamento irrevocabile. Divennero le due estremità di un paradosso cosmico: la Luce legata all’Oscurità, il Sacrificio incatenato all’Avidità. Questo fu il vero prezzo.
L’ascensione verso Ketys non fu un semplice trascinamento. Fu un riallineamento forzato delle realtà. La Benedetta, usando la catena come condotto e la sua volontà come motore, piegò lo spazio-tempo locale, creando un tunnel dimensionale temporaneo tra il campo di battaglia e il nucleo della luna maggiore. Ketys fu scelta non a caso: la sua antica connessione con Regeran (resti della sua fortezza eterica?) la rendeva un’ancora adatta, una prigione simpatetica. L’energia necessaria per questo strappo dimensionale fu attinta dalla Benedetta stessa, consumando la sua forma fisica e gran parte della sua potenza divina manifesta.
L’impatto su Ketys non fu fisico, ma metafisico. L’essenza dell’Usurpatore fu impressa nel tessuto lunare, la catena solidificata che formava le sbarre concettuali della sua prigione. L’anima della Benedetta non si dissolse, né ascese a un piano superiore convenzionale. Rimase lì, fusa con la catena stessa, trasformata nel meccanismo di guardia eterno. La sua coscienza divenne il sigillo vivente, la sua volontà la serratura.
Il corpo fisico che cadde sulla piana era un guscio svuotato, un recipiente terreno la cui fiamma era stata trasferita altrove. La pioggia di stelle cadenti che seguì non fu un segno di ascensione ai Reami Divini, ma la manifestazione delle residue energie divine rilasciate dal corpo morente e forse l’eco cosmico dell’anima della Benedetta che si fissava nel suo nuovo, terribile ruolo di Carceriere Eterno.
Corollario Segreto: Alcuni frammenti, ritenuti apocrifi dall’Ordine Esterno ma conservati qui, suggeriscono che il rituale non fosse inteso solo a imprigionare. Si ipotizza che la Benedetta, nella sua saggezza o disperazione, abbia legato l’Usurpatore anche a una clausola di redenzione latente, una possibilità di annullamento legata proprio all’armonia cosmica e all’Eclissi Doppia. Se così fosse, la sua anima non sarebbe solo un carceriere, ma anche la chiave potenziale per una risoluzione ancora più profonda, o per un pericolo ancora maggiore se corrotta. Meditate su questo, e tacete.
(Fine Estratto)